Non mi spaventa una relazione che finisce.
Mi spaventa altro.
Mi spaventa la facilità con cui oggi si riesce a passare da un “ti amo” a un “non sono più sicura/o dei miei sentimenti”, come se tra le due frasi non ci fosse stato nulla.
Otto ore.
Dodici ore.
Ventiquattro ore.
Poco importa.
L’occhio di bue è puntato su un buongiorno, qualche emoji, la rituale telefonata della sera.
Poi il sipario si chiude.
Fine.
—
No.
Non credo che un sentimento cambi in una giornata.
Credo che, molto più semplicemente, ci accorgiamo troppo tardi di ciò che stiamo già vivendo.
Ormai sono anni, se non decenni, che mi capita di ascoltare sempre gli stessi, identici messaggi.
Pronti?
“Diventa la migliore versione di te stesso!”
“Impara a comunicare.”
“Ama te stesso.”
“Lascia andare.”
“Guarisci le tue ferite.”
“Ricomincia…”
E così via, senza fine.
Qualche anno fa avrei messo in fila una serie di improperi, ma poi sono invecchiato e ho compreso che arrabbiarsi non serve a nulla e affannarsi ancor meno.
Mi colpisce una cosa.
In questo enorme rumore, o cicaleccio come ho già avuto modo di nominare in un altro articolo, non trovo nessuno che insegni ad accorgersi.
Osserviamo un attimo…
Ci viene insegnato come comunicare.
Come sedurre.
Come lasciare.
Come chiudere.
Come guarire.
Perfino come soffrire nel modo “giusto”.
Nota dell’autore
Queste sono banalità di superficie.
(Leggasi etimologia delle parole “banale” e “superficiale”, prima di andare in reazione. Grazie).
Chi insegna a riconoscere ciò che sta già cambiando mentre cambia?
Lo psicologo?
Il coach?
Il counselor?
Il santone?
Il guru?
L’operatore olistico?
Il monaco?
No. Non qui.
Non adesso.
Osserva…
Temo sia per questo che oggi siamo diventati bravissimi a raccontare ciò che proviamo e sempre meno competenti nel riconoscerlo.
A un certo punto non vediamo più l’esperienza in corso di svolgimento.
Vediamo solo il racconto che abbiamo imparato a costruirci intorno.
E allora continuiamo a dire “ti amo” anche quando qualcosa, dentro, ha già iniziato a spostarsi.
Continuiamo a programmare vacanze.
A prenotare viaggi.
A parlare del futuro.
A fare progetti.
A rassicurarci a vicenda.
A scambiarci buongiorno, buonanotte, cuori ed emoji.
Non è cattiveria.
Non è falsità.
Vedo un ritardo percettivo: lo spostamento non è ancora arrivato allo sguardo profondo.
Vedo l’assenza di una competenza.
Vedo una nuova forma di analfabetismo. Ma è ancora presto per chiamarla così.
Le relazioni non finiscono all’improvviso; all’improvviso finisce il racconto che continuavamo a farne.
Il cambiamento era già iniziato. È lo sguardo ad arrivare tardi.
E c’è un’altra conseguenza a cui prestare attenzione: chi riceve.
Chi riceve quel “non sono più sicura/o dei miei sentimenti” non perde soltanto una relazione.
Riceve un colpo percettivo violentissimo.
Perché poche ore prima stava ancora vivendo dentro un “ti amo”…
La memoria è ancora lì.
Le parole anche.
Le emoji pure.
Il buongiorno è ancora lì.
La telefonata della sera prima è ancora lì.
La cache è ancora piena.
Poi, all’improvviso, l’altro preme “Aggiorna”.
E tutto ciò che fino a un istante prima sembrava vero, viene riscritto retroattivamente.
Questa è la secchiata d’acqua fredda in faccia.
Non colpisce soltanto il sentimento in gioco fino a quel momento.
Colpisce l’affidamento percettivo con cui avevamo creduto a quel sentimento, a quella vicinanza, perfino alla verità di un conflitto.
È lì che non metti più in discussione la relazione.
Ti metti in discussione come osservatore mentre eri attore della relazione.
Quell’inevitabile: “Cazzo! Ma allora non posso fidarmi nemmeno di ciò che avevo sentito come vero!”
Ci stiamo abituando, come società, a consumare pugni nello stomaco relazionali: serie televisive, reality e narrazioni on demand li trasformano continuamente in colpi di scena.
Per chi guarda, è una scena.
Per chi la vive, è una frattura percettiva che incrina l’onestà profonda con cui aveva creduto al proprio sentire.
Quel “no”, pronunciato con la stessa intensità con cui, poche ore prima, era stato pronunciato il “sì”.
Ed è qui che il cervello entra in conflitto. Perché non riesce a tenere insieme due realtà incompatibili.
“Ti amo.”
Poche ore dopo…
“Non sono più sicura/o dei miei sentimenti.”
Nello stesso giorno. Con la stessa convinzione.
Con la stessa intensità.
E allora comincia l’interrogatorio interno.
Quando hai smesso di provare qualcosa per me?
Era già finita?
Mi hai mentito?
Hai recitato?
C’è qualcun altro?
Oppure… non te ne eri ancora accorta/o nemmeno tu?
È questa la domanda che, più di tutte, continua a interessarmi.
Perché cambia il campo di osservazione.
Se la risposta fosse sì, allora il problema non sarebbe più la fine di una relazione, ma l’incapacità di accorgersi del cambiamento mentre viene vissuto.
E questa, francamente, è una prospettiva molto più inquietante.
Quando questo accade, il conto non lo paga soltanto chi cambia.
Lo paga anche chi, fino a un istante prima, stava ancora credendo a quel “ti amo” perdendo, oltre alla persona, la continuità della propria esperienza.
Comincia a dubitare del buongiorno, delle parole, dei gesti, degli abbracci.
Perfino della propria capacità di leggere la realtà.
Il vero danno non è la fine della relazione, ma diventa la violenza percettiva che produce.
E sarebbe un errore pensare che questo riguardi soltanto le relazioni.
—
Il fenomeno riguarda la scuola, la famiglia, i social, la crescita personale, l’educazione, la cultura.
Stiamo assistendo a una nuova forma di analfabetismo.
L’analfabetismo percettivo.
Curioso e inquietante.
Abbiamo imparato a leggere un libro, a guidare un’automobile, a usare uno smartphone.
Anche a svolgere una professione e… a vendersi in rete!
Perfino a costruire un’immagine convincente di “noi stessi”, attorno a questa aberrazione linguistica che divide in “parti” l’identità, la personalità e la percezione di sé (che è proprio una conseguenza dell’analfabetismo percettivo).
Ma ritorno inesorabile sul tema: chi ci insegna a leggere il nostro funzionamento mentre accade?
Osservando centinaia di storie, di relazioni, di conflitti e di cambiamenti apparentemente improvvisi, ho iniziato seriamente a dubitare che il problema fosse la fragilità dei sentimenti.
Ho iniziato a sospettare che il problema fosse la nostra capacità di accorgersene.
Perché i sistemi viventi funzionano, più o meno, tutti allo stesso modo.
L’incoerenza può essere ignorata ma mai eliminata e ogni incoerenza accumula energia.
E ogni energia, prima o poi, presenta il conto.
Si dissipa.
Da qualche parte.
Vale per un organismo, vale per una relazione, vale per una famiglia.
Vale perfino per una civiltà intera.
È osservando questo fenomeno che mi sono trovato costretto a costruire uno strumento nuovo.
Diverso, insolito, tanto scomodo quanto funzionale.
Una competenza.
Una competenza capace di ridurre il ritardo tra ciò che stiamo vivendo… e il momento in cui finalmente ce ne accorgiamo.
Perché c’è una domanda che continua a tornare, ostinata, ogni volta che una relazione finisce, che una vita cambia direzione o che un’identità si sgretola.
Che cosa mi impedisce di vedere ciò che mi sta accadendo mentre mi sta accadendo?
La crescita personale ci ha insegnato a interpretare ciò che sentiamo.
Molto meno a sentirlo.
Su questa fragile base di partenza, abbiamo trasformato la consapevolezza in un mercato che tende a produrre persone sempre più capaci di spiegarsi e sempre meno capaci di accorgersi.
Il contributo che provo ad offrire è quello di mettere a disposizione mezzi e strumenti per ridurre questo gap, affinché si torni verso una nuova alfabetizzazione dell’essere umano.
Affinché l’ovvio che non si vede si mostri per ciò che è.
Stay tuned
#competenzadisé
#iquattrovoltidellamoreincompiuto