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Il figlio da aggiustare

di Fabio Pierotti

Caro genitore, come vuoi che sia tuo figlio[1]?

La domanda con cui apro questa riflessione può sembrare provocatoria, ma vale la pena prenderla sul serio.

Educato, responsabile, autonomo, capace di stare con gli altri. Magari curioso, interessato allo studio, rispettoso delle regole, sufficientemente sicuro di sé e orientato verso la vita. Capace di affrontare le difficoltà, costruire relazioni sane, avere interessi, trovare la propria strada.

E naturalmente essere felice.

Tutto comprensibile.

Da osservatore dell’essere umano, subito mi chiedo: da dove arriva l’idea di come dovrebbe essere un figlio?

Partiamo da un dato temporale: un ragazzo di quattordici o quindici anni, oggi è nato tra il 2010 e il 2012. I suoi genitori appartengono facilmente alle generazioni nate negli anni Settanta, Ottanta o nei primissimi Novanta.

Potrebbero sembrare soltanto delle date, ma serve attenzione: in mezzo è cambiato il mondo.

Genitori analogici, figli digitali

Nel momento in cui scrivo questo articolo valgono le considerazioni che seguono.
Tra vent’anni saranno probabilmente obsolete. È bene precisarlo.

La maggioranza dei genitori degli adolescenti di oggi sono cresciuti in un ambiente prevalentemente analogico.

Per incontrare un amico bisognava uscire di casa. Per telefonargli si chiamava un numero che apparteneva a tutta la famiglia, con il rischio che rispondesse suo padre o sua madre o addirittura la sorellina o il fratellino. E questo imbarazzava.
Se qualcuno non arrivava a un appuntamento, si era soliti aspettare. In quel trascorrere di tempo si veniva attraversati da sensazioni, emozioni, pensieri, stati d’animo… perché non esisteva ancora la possibilità di inviare un messaggio per chiedere «Ehy! Dove sei?». Non c’erano spunte grigie, verdi o blu su un dispositivo da tenere in mano.

Le fotografie si scattavano senza sapere immediatamente come fossero venute e con parsimonia, perché la loro stampa aveva un costo e per averle c’era da aspettare ore o giorni.
Una ricerca richiedeva libri, enciclopedie, biblioteche, quaderni, appunti, spostamenti.
La reputazione sociale si costruiva prevalentemente nei luoghi fisici frequentati.
La noia aveva spazi molto più difficili da riempire.

Poi quella generazione è diventata adulta e ha conosciuto Internet, lo smartphone, WhatsApp, Facebook e gli altri social network, lo streaming, gli acquisti online, le videochiamate e oggi persino l’intelligenza artificiale. E si è aperto un nuovo mondo.

I figli, quelli di oggi, quelli che “vanno aggiustati”, non hanno dovuto imparare a entrare nel mondo digitale. Ci sono nati dentro.

Questa non è una semplice differenza nell’uso della tecnologia. È un divario enorme nell’ambiente nel quale si costruiscono relazioni, conoscenza, appartenenza, reputazione, identità, confronto, apprendimento, desiderio e accesso al mondo.

Nel corso degli anni abbiamo aggiornato moltissimi dei nostri comportamenti adulti, ma non necessariamente i criteri attraverso i quali valutiamo il comportamento dei nostri figli.

E qualcosa di molto simile può accadere anche alla psicologia e discipline affini: cambiano le generazioni, i contesti e le forme attraverso cui si esprime l’esperienza umana, mentre alcuni paradigmi utilizzati per osservarla e interpretarla continuano a provenire da un mondo che, nel frattempo, non esiste più.

Da dove arriva il modello educativo?

Alla nascita di un figlio, nessuno possiede già un manuale contenente il modello educativo che utilizzerà.

Vero?

Ma in realtà sì, si crede di averlo e si fa del nostro meglio affinché venga rispettato e seguito. Perché molto di ciò che consideriamo normale, giusto o desiderabile lo abbiamo imparato senza accorgercene.

Abbiamo osservato e imitato i nostri genitori. Siamo andati a scuola. Abbiamo imparato che cosa significasse essere educati, maleducati, studiosi, pigri, responsabili, ribelli, socievoli, maturi.

Una parte di quella esperienza l’abbiamo modificata consapevolmente, un’altra parte l’abbiamo semplicemente ereditata.

Le difficoltà nascono quando un modello acquisito implicitamente in un mondo che non esiste più diventa il metro con cui valutiamo un essere umano cresciuto in un mondo che quel modello non poteva, o non era in grado nemmeno di prevedere.

E qui le cose si complicano. Anche molto.

«Mio figlio non esce.»

Che cosa significa uscire per un adolescente del 2026?

«Non sta con gli amici.»

Ne siamo sicuri?
Oppure trascorre ore in relazione con loro attraverso modalità che i genitori non riconoscono pienamente come stare insieme?

«Non legge.»

Non legge oppure non legge ciò che i genitori riconoscono come lettura?

«Non sa stare con le persone.»

Secondo quali indicatori?

«Non rispetta l’autorità.»

Oppure è cresciuto in un mondo in cui avere un ruolo non basta più, da solo, per essere riconosciuti come autorevoli?

Nessuna di queste domande è in grado di dimostrare che non esista un problema. Può esistere eccome.

L’uso del digitale può diventare problematico.
Un ragazzo può isolarsi, soffrire, perdere interesse, dormire male, sviluppare comportamenti disfunzionali. Può avere bisogno di aiuto e, talvolta, di un intervento professionale.

Ma per riuscire a capire se ci troviamo davvero davanti a un problema, è necessario prima distinguere una condizione reale da un comportamento che non corrisponde a un’idea precostituita di normalità.

Aggiornare il proprio sguardo non significa considerare adeguato tutto ciò che appartiene al presente. Sarebbe limitativo.

Aggiornare lo sguardo significa evitare di stabilire in anticipo che cosa sia adeguato o inadeguato sulla sola base della sua corrispondenza ai modelli appartenuti al passato.

Anche una modalità del tutto nuova può produrre sofferenza, isolamento o impoverimento dell’esperienza: per comprenderlo occorre osservarne gli effetti, non semplicemente confrontarla con ciò che c’era prima.

Per rendersene conto adeguatamente occorre mettere sotto osservazione il metro con cui stiamo misurando la realtà.

Quando il metro diventa invisibile

Quante volte, specialmente lavorando nell’ambito della relazione di aiuto, abbiamo sentito dire:

«Mio figlio è troppo chiuso.»

«È pigro.»

«È sempre attaccato al telefono o al computer.»

«Non ha interessi.»

«Non comunica.»

In effetti sono tutte affermazioni sul figlio.
Eppure ognuna contiene almeno due informazioni:

  1. qualcosa che osserviamo in lui;
  2. un criterio, o metro, attraverso il quale attribuiamo significato a ciò che osserviamo.

Questa distinzione è fondamentale.

La preoccupazione del genitore può trasformarsi nella fragilità attribuita al figlio: ciò che nasce come timore dell’adulto può diventare progressivamente una lente attraverso cui alcuni comportamenti vengono osservati, interpretati e infine definiti.

Allo stesso modo, la difficoltà del genitore nel comprendere il figlio può diventare la convinzione che sia lui a non comunicare.

La perdita di controllo dell’adulto può tradursi nella definizione di un figlio ingestibile.

La distanza tra il figlio voluto o immaginato e quello che invece sta mostrando di essere può alimentare la convinzione che abbia preso una strada sbagliata.

Una delle ragioni può essere ritrovata proprio nel metro utilizzato da molto tempo, che può diventare invisibile, lasciando in evidenza soltanto le misure che produce e che ha prodotto finora.

Il figlio da aggiustare

Ed ecco che può comparire il figlio da aggiustare.

Qualcosa non corrisponde. La scuola segnala.
Ma pure qui vale la pena soffermarsi: a che cosa il ragazzo non corrisponde?

Anche la scuola osserva attraverso modelli educativi, criteri di apprendimento e aspettative sul comportamento che non sempre si sono trasformati alla stessa velocità del mondo nel quale stanno crescendo gli studenti.

I genitori si preoccupano, si sentono spiazzati.
Si cercano spiegazioni, si formulano ipotesi e può arrivare la richiesta di aiuto professionale.

È una possibilità preziosa.
Ma prima di chiedere cosa c’è che non va nei propri figli, potrebbe essere utile spostarsi e introdurre qualche altra domanda.

Che cosa sta realmente accadendo?

Da quanto tempo?

In quali contesti?

E soprattutto: rispetto a quale idea di adolescente stiamo stabilendo che ciò che osserviamo non vada bene?

Attenzione
Esistono naturalmente fenomeni che segnalano chiaramente una sofferenza, un rischio o un danno e che richiedono attenzione indipendentemente dalle aspettative degli adulti.

Ma proprio per questo è importante distinguere ciò che accade da ciò che pensiamo significhi ciò che sta accadendo.

Un comportamento osservabile e la definizione che gli attribuiamo non sono la stessa cosa.

Non si tratta nemmeno di mettere tutto in discussione o relativizzare qualsiasi comportamento attraverso il contesto.

Si tratta di evitare che un modo di misurare venga scambiato per un fatto.

Competenza di Sé

Il nodo centrale è riuscire a distinguere un effettivo segnale di difficoltà da un comportamento che non corrisponde a un’idea precostituita di normalità.

E c’è un ulteriore elemento da considerare: famiglia, scuola e professionisti possono trovarsi, senza accorgersene, a osservare insieme un adolescente del presente attraverso metri costruiti nel passato.

Qui il lavoro degli adulti diventa decisivo, perché un adulto possiede una possibilità che un adolescente sta ancora costruendo: può accorgersi dei criteri attraverso cui sta guardando ciò che accade.

Può chiedersi da dove arrivino le proprie aspettative, quali appartengano davvero al presente, quali abbia semplicemente ereditato, quali siano ancora utili e quali rischino di essere diventate obsolete.

Anche questa è Competenza di Sé: conoscere abbastanza a fondo il proprio modo di osservare da riuscire a distinguere ciò che appartiene al figlio da ciò che appartiene alle aspettative, alla storia e ai riferimenti dell’adulto che lo sta guardando.

Prepararlo a quale mondo?

Torniamo alla domanda: Come voglio che sia mio figlio?

E trasformiamola in: A quale mondo lo sto preparando?

Perché è qui che può emergere una chiara tendenza del genitore: tentare di adattare un ragazzo del 2026 al mondo in cui è cresciuto lui.

«Eh, ai miei tempi queste cose non succedevano!».

Probabilmente è vero.
Ma quei tempi appartengono a una realtà e a una storia diverse.

Sono parte di un mondo che possiamo raccontare ai nostri figli, del quale conserviamo ricordi, valori e abitudini, ma che nel frattempo si è profondamente trasformato pur conservando fascinazione e interesse storico riconosciuto anche dai figli.

Ma questo non significa rinunciare a educare.
Significa interrogarsi su ciò che riteniamo davvero essenziale e distinguerlo da ciò che è semplicemente familiare: un valore da un’abitudine, un limite necessario da una convenzione, una difficoltà reale da qualcosa che semplicemente non assomiglia a noi. E così via.

E significa anche ricordare che educare non consiste soltanto nel trasmettere valori, indicare limiti o accompagnare un figlio verso l’autonomia.

Un genitore trasmette molto più di ciò che decide consapevolmente di insegnare.
Trasmette il proprio modo di stare nelle relazioni, di affrontare il conflitto, di reagire alla paura, di attraversare l’incertezza, di incontrare ciò che è diverso da ciò che si aspettava. E lo trasmette soprattutto mentre vive, molto prima di trasformarlo in una regola educativa.

Il linguaggio, la postura nella vita sociale, le abitudini, le zone “calde” del carattere, il divieto che deriva dalla trasgressione del consentito… e molto altro che è riconoscibile osservando l’essere umano.

Per questo la Competenza di Sé non riguarda soltanto il figlio che deve imparare a conoscersi. Riguarda anche, e soprattutto, l’adulto che ha il compito di accompagnarlo.

Un figlio può avere davvero un problema e può avere bisogno di aiuto. Accorgersi che qualcosa non va è soltanto il primo passo. Prima di decidere come intervenire, occorre capire che cosa sta succedendo, da dove nasce quella difficoltà e che cosa continua ad alimentarla.

E soprattutto interrogarsi sul rapporto che in veste di genitore abbiamo con il problema in evidenza nel figlio. E tutto ciò richiede agli adulti la disponibilità a entrare nell’osservazione insieme al figlio, invece di rimanerne fuori come coloro che osservano ciò che non funziona.

E magari reagiscono punendo ciò che ritengono debba essere corretto oppure, al contrario, passando sopra ciò che non riescono fino in fondo a comprendere.

Due risposte apparentemente opposte che possono nascere dalla stessa difficoltà: non riuscire ancora a vedere che cosa sta accadendo.

Come si fa, come si mette in moto un circolo virtuoso di recupero del presunto “figlio da aggiustare”?

Si può cominciare separando ciò che accade dalle interpretazioni che immediatamente gli attribuiamo. Chiedendosi che cosa sia effettivamente cambiato, da quando, in quali contesti e in presenza di chi.

Ascoltando ciò che il ragazzo racconta della propria esperienza prima di spiegargli che cosa gli sta succedendo.

E poi, introducendo nell’osservazione anche una domanda molto meno abituale: che cosa accade agli adulti davanti a quel comportamento? Che cosa preoccupa, irrita, spaventa o delude?

Quale aspettativa viene disattesa?

Queste domande non risolvono il problema.

Servono a capire che cosa stiamo cercando di risolvere.

Educare un essere umano che sta crescendo significa inevitabilmente crescere anche nella capacità di comprenderlo.

E questo comporta, almeno qualche volta, riconoscere che ciò che ha bisogno di essere aggiornato non è il figlio, ma il modo in cui stiamo cercando di comprenderlo.

Lascio il lettore con due domande, che probabilmente aprono un territorio molto più grande di quello attraversato in queste poche pagine:

Con quali criteri stiamo osservando questa nuova generazione?

Stiamo assistendo a una generazione più problematica oppure a una generazione che rende visibile l’inadeguatezza di alcuni strumenti con cui continuiamo a osservarla, educarla e comprenderla?

Ai posteri l’ardua sentenza, si potrebbe dire.
Se non fosse che i posteri, in questo caso, sono già qui.

 

—-

 

Competenza di Sé è un progetto ideato da Fabio Pierotti dedicato allo sviluppo della capacità di osservare e riconoscere il proprio funzionamento mentre accade. Una nuova alfabetizzazione dell’essere umano fondata sull’arte di accorgersi.

Lo stesso principio di osservazione può essere applicato a ogni ambito della vita: alle relazioni, al lavoro, alle scelte, ai conflitti, alle aspettative e al modo in cui interpretiamo ciò che accade. Ogni volta che incontriamo la distanza tra ciò che siamo, ciò che crediamo di essere e il modo in cui effettivamente funzioniamo, si apre uno spazio di osservazione.

Ed è proprio lì che c’è qualcosa di cui accorgersi.

 

[1] Nel testo il termine «figlio» è utilizzato in forma estesa e inclusiva, senza alcuna intenzione di distinzione o discriminazione di genere.

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