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Le App per fare canzoni

Da musicante di lungo corso, ho provato a scaricarne una dandole in pasto alcuni testi che avevo in archivio, per vedere che tipo di canzoni poteva tirare fuori. Ebbene, al di là del risultato finale (più o meno bello, è opinabile), ci sarebbe da fare un discorso sia filosofico che antropologico relativo al mondo di oggi, in cui raggiungere risultati, come scrivere una canzone, è solo una questione di attendere 30 secondi e c’è chi lo fa per te….
C’è chi lo fa per te, subito.

Abbastanza inquietante tutto questo. E non tanto per la tecnologia che permette di accedere a risultati che fino a pochi anni fa erano impensabili, quanto per l’impatto che tutto questo ha in termini umani, sociali, di trend, di abitudini e di capacità che inevitabilmente assumono un significato completamente diverso da come la narrazione ricorrente riporta.

Tutto è diverso rispetto a come siamo abituati a pensare e a vedere le cose della vita. L’uomo cambia, la società cambia, le abitudini cambiano; si misura con altro che non è la propria ispirazione: è attingere a campioni statistici che, così come accade nello scrivere testi, ormai si spingono anche nella musica, nel disegno, nella produzione di arte nelle sue varie forme di espressione…

Mi chiedo cosa c’è (flusso I) dietro a questa tecnologia (perché il “come”, flusso C è chiaro), mi chiedo come si possano raggiungere questi risultati che annullano completamente, o quasi, l’asse del tempo e che rimpiccioliscono tantissimo l’ampiezza dell’asse dello spazio, la sospensione, l’attesa…. Dentro una gravità che è labile per quanto stabile in apparenza.

Chi è l’essere umano in tutto questo?

Quello che descrivo non è, purtroppo, un’impressione. Lo vedo più come un cambio di regime dell’esperienza umana. E sì, è inquietante, ma non per i motivi più urlati.
Sono partito da questa App (e come lei ce ne saranno molte altre), perché è un ottimo detonatore simbolico non tanto per cosa produce, ma per come riorganizza il senso stesso del fare.

Il punto chiave non è la canzone in sé. È il tempo.

Scrivere una canzone non è mai stato solo produrre una canzone. Chi lo fa, sa che si confronta con livelli diversi di attraversamento dell’esperienza: attesa, sospensione, silenzio, frustrazione, dubbio, ritorno, sedimentazione.

Tutto ciò che non si vede nel risultato finale, ma che costituisce l’essere umano mentre crea qualcosa.

Con queste app succede una cosa radicale: l’asse del tempo collassa (Id), quello dello spazio si comprime (Ars) e la gravità (Org) diventa apparente, non vissuta.
Il risultato arriva prima che il processo abbia avuto il tempo di trasformare chi lo compie davvero.

Il corto circuito nei Flussi Temporali

Partiamo con una domanda: “Cosa c’è nel flusso I dietro questa tecnologia?”
Il flusso C (Come) è invece chiarissimo: modelli statistici, campioni, correlazioni, compressione probabilistica, ricombinazione su larga scala.

Ma il flusso I (Cosa) qui è strano. Non nasce da un’ispirazione nel senso umano del termine. Nasce da un’eco statistica dell’ispirazione altrui. Lì non esiste un “perché interno”. Esiste solo un perché aggregato.

La posso riconoscere come una forma di ispirazione senza origine esperienziale, quindi senza rischio, senza perdita, senza silenzio e senza corpo.
Il punto antropologico è che l’essere umano non viene “sostituito”, viene spostato di ruolo. E l’errore comune è pensare: “La macchina crea al posto nostro”.

No, la macchina produce, ma non attraversa. Mentre l’essere umano viene spostato da soggetto che attraversa un processo a utente che seleziona risultati.
E questo cambia tutto. Cosa perdiamo davvero?

Non perdiamo la creatività, perdiamo la funzione trasformativa del fare. Scrivere, comporre, dipingere, progettare, non servivano solo a “fare cose”.
Servivano a fare essere.

Con questi strumenti tecnologici super spinti, il risultato resta e la trasformazione dell’essere umano si assottiglia portandolo a non misurarsi più con il vuoto, il limite, l’errore e l’attesa. A risultato compiuto l’uomo si misura con la scelta, il confronto, la preferenza, lo stile, l’editing.
Ci vedo un cambio di antropologia, non solo una questione di tecnologia.

Ars, Pulse, Id, Org: chi paga il prezzo?

Guardiamolo con la lente del modello Essential Four

  • Id è iper-attivata: visione, possibilità, molteplicità
  • Org è simulata: sembra azione, ma è selezione
  • Pulse viene eccitata, ma non consumata nel corpo
  • Ars è la grande assente:
    o niente sospensione
    o niente verità esperienziale
    o niente tempo di decantazione

Quindi, suonerà anche tutto “giusto”, ma cosa resta veramente?
Chi è l’essere umano, allora?

Non è più colui che crea dal silenzio, ma rischia di diventare colui che naviga possibilità già pronte, senza attraversarle.
È arte?” non è più una buona domanda.
Semmai potremmo provare a spingerci un po’ oltre: che tipo di essere umano produce questa modalità di accesso al fare?

Concludendo, mi sento di dire che questa tecnologia non va necessariamente demonizzata. Di sicuro va guardata per ciò che è: un acceleratore potentissimo che non sostituisce l’ispirazione ma rende opzionale l’attraversamento, ovvero quel luogo in cui l’essere umano diventa.

Due tipi di creazione

Ci sono due tipi di creazione, che possono venir confuse.
Creazione come espressione

  • Produce oggetti
  • È valutabile (bella / brutta / efficace / inutile)
  • Può essere delegata
  • Può essere accelerata
  • Può essere simulata

È il dominio in cui queste app funzionano benissimo.

Creazione come trasformazione dell’essere

  • Produce assetti interiori
  • Non è valutabile dall’esterno
  • Non è delegabile
  • Non è accelerabile senza una qual forma di perdita
  • Non è simulabile

È il dominio che indubbiamente sta scomparendo dalla narrazione culturale.

Il problema non è tanto che la prima esista, fa parte dell’evoluzione sociale… Il problema è che la seconda forma di creazione viene fatta sparire dal linguaggio, e con essa dall’esperienza condivisa.

L’amputazione dell’attesa

L’attesa non è un tempo morto. Non può esserlo, specialmente se si parla di creazione di qualcosa.
L’attesa è una funzione strutturale.
Nel linguaggio E4 l’attesa è Ars attiva, è Spazio che permette al senso di formarsi, è Tempo che non produce, ma trasforma.

Con questi strumenti alla portata di touch screen il risultato arriva prima che Ars possa fare il suo lavoro, la Verità viene rimpiazzata dalla verosimiglianza e il silenzio viene rimpiazzato dal riempimento. Qui sparisce il classico “Non so ancora cosa sto facendo, ma ci sto provando”…
In compenso c’è a disposizione il comando “Scegli tra queste 4 opzioni”.
Il resto, è attesa di pochi secondi. E il risultato finale è disponibile.

Il punto cieco: l’errore

Nella creazione umana vera, quella autentica e non mediata da sistemi artificiali, l’errore non è da considerarsi un difetto poiché diventa il luogo in cui l’essere umano si riorganizza, gioco forza. Anzi, è la scorciatoia per imparare, che non annulla l’asse del tempo ma lo attraversa completamente.
L’IA, invece, ottimizza, leviga, normalizza e riduce gli scarti senza considerare che è proprio dallo scarto che nasce l’identità. Senza scarto non c’è stile, non c’è voce e non c’è traiettoria… tutto è compatibilità statistica.
L’illusione più pericolosa: “anch’io so creare”
Qui succede qualcosa di sottilmente devastante seppur affascinante per le possibilità che offre a tutti.

L’utente pensa “Anch’io ho fatto una canzone”
Ma in realtà cosa ha fatto veramente?
Ha fatto una scelta, una selezione e una validazione. Tutto qua. L’unico sforzo può essere quello di aver prodotto un testo (magari scritto proprio dalla AI) e averlo dato in pasto all’app in questione.

Ma di certo non ha attraversato il dubbio, la frustrazione, la non-forma, il fallimento ripetuto, il blocco ispirativo… e questo abbassa la soglia simbolica del fare, di certo non la alza.

E non democratizza nemmeno la creatività, semmai democratizza l’output, ovvero il risultato.

Un’Antropologia emergente: l’uomo senza processo

Stiamo formando un essere umano che ha risultati senza cammino, esiti senza attraversamento e forme senza genealogia. Un essere umano che rischia di dimenticarsi la differenza tra produrre e diventare, che confonde velocità con profondità e misura il valore dal tempo risparmiato.
Questo è il vero cambiamento epocale.
E allora cosa resta all’essere umano?
La mia risposta è netta: resta ciò che non può essere compresso. In termini di linguaggio E4 si tratta dell’esperienza incarnata (Pulse), la perdita reale, il fallimento che lascia traccia, il tempo che fa male, la scelta che ha un costo, a qualche livello.

L’IA può simulare il risultato e accelerare il come lo fa. Ma non può pagare un prezzo, sostenere il peso della gravità, attraversare la sofferenza e tornare cambiata. Non può farlo.
Dunque, non sto difendendo “l’arte”. Non ne ha bisogno. Sto difendendo la funzione trasformativa del fare, da cui si sviluppa un disagio che non è nostalgico, bensì strutturale.

Non sto dicendo “Era meglio prima!”.
Sto dicendo che se togliamo il processo, e lo demandiamo, cambiamo l’essere umano.
E temo di non sbagliare su questo.

Buone canzoni a tutti!

Fabio

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