Benvenuti nell’epoca della contraddizione. Dove parliamo continuamente di consapevolezza, libertà, inclusione, autenticità, crescita, evoluzione.
La parola coscienza compare spesso, fin troppo. Inoltre, la espandiamo, la eleviamo, la risvegliamo.
O così crediamo…
Organizziamo corsi, percorsi, conferenze, ritiri e seminari. Scriviamo libri, produciamo podcast, video, reel. Insegniamo alle persone come diventare più libere, più consapevoli, più presenti e contemporaneamente costruiamo sistemi sempre più (o meno) sofisticati per orientare la loro attenzione.
È una contraddizione interessante. Perché riguarda il modo in cui stiamo nel mondo e, soprattutto, il modo in cui stiamo con altri esseri umani.
Algoritmi-indicizzazione-follower-engagement-posizionamento-personal branding-funnel-conversione-performance.
Parole, parole, parole… Parole, parole, parole…
Parole, parole, parole, parole, parole, soltanto parole…
Cantava qualcuno, qualche decennio fa.
E sì, sono parole entrate nel linguaggio quotidiano di chi comunica, vende, insegna, informa, orienta, aiuta.
Io pure faccio alcune di queste cose.
Ho scritto libri e articoli. Faccio formazione. Offro prestazioni professionali di Logosintesi®, di configurazioni sul modello Essential Four, nell’ambito della Consulenza Evolutiva Essenziale (professione regolata dalla Legge 4/2013).
Ho questo sito internet, utilizzo i social. Comunico ciò che faccio e, come tutti quelli che vivono del proprio lavoro, ho bisogno che qualcuno sappia che esisto.
Quindi sono dentro questa roba fino al collo. Ed è forse proprio per questo che comincia a starmi stretta. Perché questi sono strumenti. Li abbiamo costruiti, oppure qualcuno li ha costruiti per noi, e abbiamo imparato a utilizzarli.
Poi succede qualcosa.
A un certo punto non utilizziamo più soltanto lo strumento, cominciamo a pensare dentro la sua logica.
Quando?
Quando il numero delle persone che mi seguono modifica ciò che dico.
Quando ciò che viene indicizzato modifica ciò che scrivo.
Quando ciò che vende modifica ciò che propongo.
Quando la necessità di mantenere attenzione modifica il linguaggio.
Quando la performance diventa il criterio con il quale misuro il valore di ciò che faccio.
“…fai così… che è meglio… funziona meglio…. ti permette di…”
Quando comincio, prima ancora di chiedermi se una cosa sia vera, pertinente, necessaria, utile a qualcuno, a chiedermi se funzionerà.
Ecco.
Mi sono rotto i coglioni.
Posso dirlo a 55 anni?
Ormai l’ho detto.
Me li sono rotti perché vedo continuamente persone che utilizzano strumenti che, poco alla volta, finiscono per utilizzare loro. E siccome io quegli stessi strumenti li utilizzo, la domanda riguarda anche me.
Quanto di ciò che scrivo nasce davvero da quello che voglio dire?
Quanto viene già modificato dal luogo nel quale so che verrà pubblicato?
Quanto penso alla persona che leggerà e quanto penso al risultato che quella pubblicazione dovrà produrre?
E siccome tutti dobbiamo vivere, la faccenda si complica parecchio quando entra il reddito.
Pagare le bollette, mangiare, mantenere una casa, sostenere una famiglia, finanziare un progetto. Un professionista deve produrre reddito. Un’impresa deve produrre reddito. Chi offre un servizio deve poter ricevere un corrispettivo per il proprio lavoro.
Conosco bene questa tensione, perché anch’io vivo di prestazioni professionali.
Il problema reale arriva quando il reddito comincia a decidere che cosa posso vedere e, ancora di più, quando comincia a decidere che cosa sono disposto a far vedere agli altri.
A quel punto potremmo farci una domanda abbastanza semplice.
Quanto della propria coscienza uno è disposto a sacrificare per produrre reddito?
Domanda lecita.
Poi ce n’è un’altra, forse ancora più scomoda.
Quanto della coscienza degli altri sono disposto a utilizzare per produrre il mio reddito?
Perché quando incontro il mercato incontro inevitabilmente anche il desiderio dell’altro. Il suo bisogno. La sua attenzione. Qualche volta la sua paura. La sua fragilità. La necessità di trovare una soluzione.
E se conosco abbastanza bene gli esseri umani posso imparare anche a utilizzare tutto questo. Posso sapere quali parole attirano attenzione e quali paure producono una risposta. Quali promesse alimentano un desiderio e quali domande creano un bisogno. Quali meccanismi producono appartenenza e quali messaggi trasformano un interesse in consenso e un consenso in acquisto.
Ed è proprio qui che la coscienza smette di essere una bella parola e diventa responsabilità.
Perché, per come la vedo io, non si può pensare di produrre un reddito prendendo per il culo le persone.
E non si può nemmeno pensare di aiutare le persone soltanto perché offriamo una prestazione verso il pagamento di un corrispettivo.
Serve qualcosa di più, serve una posizione. Serve la capacità di osservare che cosa accade tra me e l’altro mentre comunico, insegno, vendo, accompagno, consiglio, educo.
Prendiamo ad esempio la povera scuola.
Un insegnante può trovarsi progressivamente trasformato in una sorta di ministro senza portafoglio, incaricato – e mal pagato – di applicare procedure, disposizioni, programmi, criteri di valutazione e orientamenti stabiliti altrove.
Ok. Ma dentro questa macchina dov’è veramente l’insegnante?
Dove si trova l’essere umano che incontra un altro essere umano e contribuisce alla sua formazione?
Lo stesso accade in politica.
Anche qui, almeno in teoria, qualcuno riceve il compito di rappresentare altri esseri umani, prendere decisioni, amministrare risorse, assumersi responsabilità… (scusate, ma mi viene troppo da ridere… N.d.A.)
Poi entra il sistema.
Consenso. Sondaggi. Posizionamento. Strategia. Appartenenza.
E il cittadino può diventare qualcuno da convincere, rassicurare, spaventare, mobilitare.
Una questione complessa viene ridotta a una frase abbastanza semplice da essere ripetuta e riconosciuta come appartenente a una parte.
E si torna alla stessa domanda: quanto della coscienza degli altri sono disposto a utilizzare per produrre consenso?
Cambia la moneta: prima era denaro, adesso sono voti.
Ma se conosco abbastanza bene paura, rabbia, bisogno di appartenenza e desiderio di sicurezza, posso utilizzare tutto questo per orientare una scelta.
Posso persino parlare di libertà mentre lavoro affinché tu scelga esattamente ciò che voglio che tu scelga.
Lo stesso vale per le professioni di aiuto, di cui anch’io mi occupo.
Counseling, coaching, formazione, crescita personale, percorsi di consapevolezza.
Dopo un paio di decenni, e lo dico con un po’ di amarezza, mi sono un po’ disamorato di questo mondo. O più probabilmente mi sono disamorato di una certa deriva che vedo sempre più spesso.
La prestazione occupa tutto lo spazio.
Devo essere efficace. Devo avere un metodo riconoscibile. Devo comunicarlo bene. Devo posizionarmi. Devo distinguermi. Devo ottenere testimonianze. Devo trasformare il mio lavoro in qualcosa di comprensibile, desiderabile, acquistabile.
Devo avere clienti.
Bene. Bravo. Giusto.
E la persona?
Perché nel frattempo posso anche dimenticarmi della persona che ho davanti. Nel senso che può diventare l’ultimo dei problemi da porsi.
Posso chiamare “aiuto” il tentativo di condurla verso una soluzione che avevo già stabilito prima ancora di incontrarla.
Posso parlare di libertà mentre costruisco adesione.
Posso parlare di autonomia mentre creo dipendenza.
Posso parlare di inclusione mentre costruisco sistemi e forme di appartenenza sempre più rigide e settarie.
Posso parlare di coscienza mentre insegno alle persone a rispondere sempre meglio a stimoli predisposti da altri.
E questa cosa, se ci penso, ha qualcosa di assurdo.
Da che ho memoria, mai come oggi si parla di espansione della coscienza mentre contemporaneamente vengono perfezionati strumenti per la sua contrazione.
E accade con una caratteristica straordinaria: lo facciamo volontariamente e nessuno deve obbligarci!
Entriamo spontaneamente nei sistemi, impariamo le regole, studiamo come funzionano. Poi cerchiamo di essere più performanti. Impariamo quali parole usare, quanto deve durare un video, cosa deve contenere, quando pubblicare, come costruire una frase, come catturare l’attenzione nei primi secondi, come creare appartenenza, come trasformare interesse in consenso e consenso in acquisto. E diventiamo bravissimi automi auto produttivi.
Un vero e proprio esercito di soldatini perfettamente addestrati a muoversi dentro strutture che raramente ci fermiamo a osservare con sintonia fine.
E continuiamo a chiamare tutto questo libertà.
Che bella forma di coerenza…
Poi ci sono le parole.
Parliamo di inclusione e produciamo separazione. Magnifico!
Parliamo di dialogo e costruiamo schieramenti. Coerente!
Parliamo di libertà e chiediamo adesione. (…..)
Parliamo di autenticità e studiamo strategie per apparire autentici…
Parliamo di consapevolezza e utilizziamo tecniche sempre più precise per orientare l’attenzione. Consapevolezza pura!
Perfino la violenza ha imparato a parlare bene, ad auto giustificarsi.
Può essere elegante, educata, apparentemente evoluta. Può utilizzare le parole dell’accoglienza mentre stabilisce chi può parlare, che cosa può essere detto, quale posizione può essere considerata accettabile e quale deve essere immediatamente ricondotta dentro una categoria.
E intanto perdiamo autonomia. Magari senza accorgercene.
Autonomia… Una parola che mi interessa molto più di tante altre oggi di moda.
La possibilità di osservare un fenomeno prima di sapere che cosa devo pensarne.
La possibilità di incontrare qualcuno senza avere già deciso chi sia.
La possibilità di cambiare idea.
La possibilità di riconoscere una contraddizione anche quando quella contraddizione sostiene il sistema dal quale ricavo il mio reddito.
E soprattutto la possibilità di farmi una domanda: da dove arriva ciò che penso?
Già…
Da dove viene ciò che penso?
L’ho osservato?
L’ho verificato?
L’ho incontrato?
L’ho vissuto?
Oppure l’ho ricevuto, ripetuto, condiviso, ascoltato cento, mille, un milione di volte fino al punto di riconoscerlo come mio?
Perché per ridurre l’autonomia di qualcuno non serve necessariamente impedirgli di pensare, puoi anche riempirlo di pensieri. Pensieri già pronti. Pensieri facili da riconoscere. Parole confezionate. Opinioni disponibili all’uso.
Poi arrivano i nemici già individuati, i gruppi ai quali appartenere, le posizioni da difendere, i meme da condividere, le frasi nelle quali riconoscersi. E… Il lavoro è fatto.
Non serve nemmeno impedire a qualcuno di pensare quando puoi offrirgli continuamente qualcosa da pensare.
E allora torniamo alla coscienza.
Che cosa intendiamo oggi quando utilizziamo questa parola?
Se la coscienza coincidesse con l’accumulo di informazioni saremmo probabilmente gli esseri umani più coscienti mai esistiti. Abbiamo accesso in pochi secondi a una quantità di informazioni che una persona vissuta cento anni fa non avrebbe potuto incontrare in un’intera vita.
Eppure qualcosa continua a non tornare.
Perché la coscienza ha a che fare anche con la possibilità di osservare ciò che conferma quello che penso e ciò che lo contraddice. O ciò che mi conviene vedere e ciò che mi conviene ignorare. Il sistema che mi dà da vivere, il linguaggio che utilizzo per vendere.
Cosa accade all’altro mentre gli parlo, se lo sto accompagnando oppure se lo sto orientando verso il luogo nel quale ho interesse che arrivi.
Per fare tutto questo serve spazio.
E lo spazio oggi è occupato. Continuamente.
Un messaggio. Una notifica. Un video. Una serie televisiva. Una notizia. Una pubblicità. Un’opinione. Un consiglio. Un contenuto suggerito. Un bombardamento.
Qualcuno che ci spiega come mangiare, come dormire, come lavorare, come amare, come scopare, come lasciare una relazione, come educare un figlio, come respirare, come pensare, come diventare consapevoli e come cacare meglio.
A volte persino come essere liberi. Da cosa?
Forse dalla libertà.
Che palle…
Allora mi chiedo dove sia finito l’essere umano e quale sia la sua funzione.
Davvero è soltanto il destinatario finale di una quantità crescente di stimoli?
Un consumatore più informato?
Un professionista più performante con un profilo meglio posizionato?
Qualcuno che ha imparato a utilizzare perfettamente strumenti costruiti da qualcun altro?
Oppure possiede ancora la possibilità di fermarsi e osservare?
E quando penso ai ragazzi questa domanda diventa ancora più pesante.
Perché un adulto può almeno ricordare un prima, un ragazzo nato dentro questi sistemi, no.
Dove può imparare l’autonomia un ragazzo immerso fin dalla nascita in ambienti progettati per orientarne continuamente attenzione, desiderio, linguaggio, appartenenza e comportamento?
Quali modelli ha a disposizione?
Chi gli mostra la possibilità di stare davanti a qualcosa senza dover immediatamente aderire o rifiutare?
Chi gli insegna a sostenere il dubbio?
Chi gli mostra che comprendere richiede tempo?
Chi gli permette di scoprire che una domanda può anche rimanere aperta per un certo tempo?
Mai avrei creduto di arrivare un giorno a formulare una di quelle frasi sensazionalistiche che fin da ragazzo mi sono sempre state strette.
“Abbiamo bisogno di una nuova rivoluzione del pensiero e dell’azione!”
Ecco, ora l’ho scritto.
Però, se tolgo il punto esclamativo e tutta la retorica che una frase del genere si porta dietro, penso davvero che qualcosa debba cambiare.
Una rivoluzione molto meno spettacolare. Forse perfino invisibile.
Una persona che torna a riconoscersi, che comincia a mettere attenzione alla propria attenzione.
Dove va?
Chi la orienta?
Che cosa la cattura?
Che cosa la mantiene occupata?
Che cosa le impedisce di vedere?
E che cosa succede quando decide di dire no?
No alla risposta immediata.
No all’appartenenza automatica.
No alla necessità di avere sempre una posizione definita a priori.
No alla trasformazione di ogni relazione in una prestazione, di ogni incontro in un’opportunità, di ogni contenuto in uno strumento di posizionamento, di ogni persona in un possibile cliente.
E magari, in mezzo a tutto questo rumore, tornare a fare domande molto semplici.
Da dove viene ciò che mi muove?
Da dove nasce una scelta?
Da dove nasce una parola?
Da dove nasce una direzione?
Se per un momento smetti di rispondere a ciò che ti viene chiesto di essere, comprare, mostrare, pensare e desiderare… Che cosa vedi?
E quanta autonomia possiedi ancora per scegliere una direzione che nessun algoritmo, nessuna strategia, nessun gruppo e nessun mercato hanno già scelto per te?
Parlare di espansione della coscienza in un mondo che perfeziona continuamente gli strumenti della sua contrazione rischia di diventare l’ennesima contraddizione che abbiamo imparato ad accettare.
E credo che il primo atto di coscienza consista proprio nel riuscire a vederla.
Fabio Pierotti
Competenza di Sé, l’arte di accorgersi.