La sensazione è che oggi stia dilagando un linguaggio sempre più separativo, netto, rigido e sentenziativo.
Non riguarda soltanto il mondo della crescita personale: è una modalità che progressivamente attraversa molti ambiti della società come politica, scuola, educazione, religione, spiritualità, economia, informazione, media.
Se utilizziamo il modello delle Dinamiche a Spirale sviluppato a partire dal lavoro di C.W. Graves (e, di rimbalzo, cito anche Chris Cowan) come lente, potremmo leggerci un curioso incontro tra due livelli della spirale: Arancione e Blu, rispettivamente 5° e 4° livello.
Il modello osserva l’interazione tra due dimensioni: Life Conditions e Mind Capacities, condizioni di vita e capacità mentali.
L’Arancione delle Life Conditions moltiplica offerte, metodi, professionisti, scuole, contenuti e competizione per l’attenzione. Non significa che la società “sia Arancione”, ma che alcune condizioni contemporanee presentino caratteristiche che possiamo leggere attraverso quella lente.
In un mercato così affollato, però, la complessità comunica male. La certezza, invece, comunica molto meglio, ed ecco che l’Arancione prende in prestito una grammatica tipicamente Blu.
Vero o falso.
Evoluto o non evoluto.
Ego o Essere.
Amore o paura.
Consapevole o inconsapevole.
Il fenomeno attraversa ormai territori molto diversi. Cambiano gli argomenti, cambiano le parole e cambiano i contesti, ma la tendenza rimane sorprendentemente simile: una formulazione efficace può finire per sostituire la complessità di ciò che pretende di descrivere.
Nascono così territori linguistici con vocabolari propri e, soprattutto, proposizioni per niente o scarsamente negoziabili.
Alcuni rimangono circoscritti a una comunità, una scuola, un metodo. Altri diventano più ampi e attraversano politica, educazione, informazione, economia, salute, relazioni. Cambiano le parole e cambiano gli oggetti del contendere, ma il funzionamento può essere simile: si costruisce una grammatica condivisa attraverso cui la realtà viene progressivamente letta, nominata e separata.
“L’ego fa questo. Il trauma fa quello. L’amore vero non fa questo. L’energia funziona così.”
Progressivamente non utilizziamo più una grammatica per interpretare ciò che vediamo e cominciamo a vedere soltanto ciò che quella grammatica ci permette di nominare.
Questo fenomeno restringe il campo dell’osservabile.
Scompare soprattutto lo spazio intermedio, quello del “non lo so”, “dipende”, “potrebbero essere vere entrambe le cose”, “da qui lo vedo così”.
È uno spazio difficile da abitare perché non offre appartenenza né certezze immediate.
Una sentenza, invece, costruisce velocemente un dentro e un fuori. Chi la condivide appartiene e chi la mette in discussione rischia di diventare una minaccia.
C’è poi un cambiamento che riguarda direttamente la produzione e la diffusione delle parole. Fino a non molti anni fa, tra avere qualcosa da dire e poterlo rendere pubblico esistevano passaggi, tempi e mediazioni. Pubblicare richiedeva normalmente un editore, una redazione, una competenza riconosciuta, uno spazio a cui accedere. Non garantiva affatto la qualità di ciò che veniva pubblicato, ma introduceva una distanza tra pensare qualcosa, formularlo e diffonderlo.
Oggi quella distanza si è drasticamente ridotta.
Chiunque può formulare un pensiero e renderlo potenzialmente accessibile a migliaia di persone nel giro di pochi secondi. E la sua diffusione non dipende necessariamente dalla solidità di ciò che contiene: può dipendere dalla brevità, dall’impatto emotivo, dalla capacità di generare identificazione, appartenenza o conflitto.
È cambiato, in qualche modo, il costo dell’affermazione. Scrivere, pubblicare e diffondere costa pochissimo e richiede pochissima mediazione.
Con questo non voglio dire che ciò che nasce oggi abbia meno valore, ma senz’altro rende più difficile distinguere una sintesi che arriva al poco attraversando il molto da una semplificazione che arriva al poco saltando il molto.
I social amplificano il fenomeno perché la certezza è più rapida, comprensibile e polarizzante della complessità.
“Dove c’è paura non c’è amore”, “chi vuole può”, “se non sei con noi sei contro di noi”, “il mercato ha sempre ragione”: formule molto diverse tra loro, ma accomunate dalla caratteristica di funzionare meglio della complessità che pretendono di raccontare.
Ma c’è qualcosa di ancora più umano sotto tutto questo: la complessità lascia aperto un margine di incertezza, mentre la sentenza lo riduce.
Dire “non lo so ancora” significa lasciare aperto il territorio e continuare ad abitarlo. Una definizione assoluta permette invece di chiuderlo.
Qui si vede bene il 4° livello Blu della Spirale di Graves.
Il paradosso è che proprio ambienti nati per allargare la coscienza possono produrre linguaggi che restringono ciò che possiamo osservare. E non ha senso combatterli perché costruirebbe un’altra verità contrapposta che servirebbe soltanto a creare un nuovo recinto.
Può essere più interessante riconoscere quando il linguaggio chiude prematuramente qualcosa che l’esperienza presenta ancora come aperto.
Ritengo che questa sia una delle funzioni della Competenza di Sé: non dire quale spiegazione sia quella giusta, ma renderci più capaci di vedere quando una spiegazione sta diventando realtà.
Tutto questo per lasciare aperta una domanda relativamente semplice: quanto spazio rimane alla realtà dopo che abbiamo pronunciato una frase?
Fabio