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Caro Babbo Natale,
ero un po’ più giovane quando sentivo il desiderio di scriverti, in questa ultima fase dell’anno solare.
Mi serviva per fare un bilancio, per rileggere ciò che avevo attraversato e preparare il campo all’ingresso del nuovo anno.
Quest’anno quella voglia è tornata.

È riemerso l’impulso a scriverti per raccontarti ciò che è accaduto e ciò che oggi vedo: quello che i miei occhi osservano, le mie orecchie ascoltano, i miei sensi percepiscono, la mia consapevolezza descrive e circoscrive.
Posso dirti, innanzitutto, che il 2025 è stato un anno di grandi realizzazioni e soddisfazioni.
Appena un mese fa ho pubblicato un libro che parla di esseri umani, e lo fa in modo nuovo, netto e schietto. Un libro che suggerisce quanto sia inutile affannarsi quando manca un pezzo fondamentale, una funzione propria, una qualità dimenticata. Occupandomi di esseri umani, direi che è un passaggio sensato.

Quest’anno, inoltre, un caro amico ha pubblicato un disco nel quale ho inciso la chitarra. È uscito in primavera, in vinile, come ai tempi in cui ero ragazzo. Lo abbiamo presentato in teatro eseguendo un bel concerto.
Sono quelle esperienze che chiudono cerchi, che restituiscono senso e gratitudine al vivere quotidiano.
E quest’anno, dopo un periodo di paralisi ispirativa, mi sono anche rimesso a comporre ed esplorare sperimentazioni musicali in poli armonia. Un altro aspetto fondante della mia sensibilità umana.
Sempre nel 2025 ho avuto la possibilità di raccontare l’Ovvio che non si vede, potrei definirla la filosofia portante del mio libro, in un’importante conferenza mondiale, parlando e mostrando alcuni dei contenuti narrati nel testo.
Per me è stato come lasciare una traccia nel campo morfogenetico dell’epoca che stiamo attraversando: come posare un seme che potrà germogliare e diventare pianta, oppure non farcela per troppa siccità o per eccesso di pioggia. Ma è lì.

Ed è questo che conta davvero.
Alla luce di tutto questo, cosa potrei chiederti in dono per questo Natale?

Un desiderio è chiaro e lo sento profondamente.
Vorrei un’enorme, infinita quantità di quella qualità umana per cui oggi ci si affanna troppo, illudendosi di acquisire qualcosa in più, mentre si resta prigionieri di una stagnazione diffusa.
Viviamo in un mondo in cui l’evoluzione sembra confinata al solo progresso tecnologico: potente, veloce, brillante, ma sempre più orientato a escludere l’essere umano e le sue facoltà più belle e autentiche.
In questo mondo, in questa era, in questo preciso contesto storico, vorrei che portassi in dono un bel po’ di Verità.
So che è una richiesta impegnativa.
La Verità è fuori moda ed è scomoda. Lo è sempre stata.
Possiede quella fastidiosa qualità di stanare menzogne, incoerenze, incongruenze, sperequazioni, tattiche e strategie. Smonta le svariate forme di adattamento alla vita travestite da evoluzione.
Per questo la si mette da parte. O la si dimentica.
Di sicuro la si sostituisce con slogan, miti, meme, reel, video, citazioni e corsi di consapevolezza online.

Avrai notato che oggi…
Siamo arrivati a chiamare musica ciò che è un mero prodotto di scambio commerciale.
Chiamiamo crescita personale ciò che, nei fatti, è decrescita o, al più, stagnazione.
Chiamiamo amore ciò che è meritocrazia giudicante, condizionata da interessi o aspettative personali.
Chiamiamo coscienza ciò che attribuiamo arbitrariamente a un significato presunto buono ed elevato.
Chiamiamo spiritualità ciò che tenta di fuggire dal confronto con il piano terreno della materia.
Usiamo la parola consapevolezza come fosse la panacea di tutti i mali, senza sapere cosa significhi metterla in atto.
Chiamiamo Dio ciò che serve a giustificare sistemi di potere o a sedare il dubbio e chiamiamo fede ciò che è adesione identitaria e paura di perdere appartenenza.
Chiamiamo ecologico ciò che sposta l’impatto ambientale ben lontano dallo sguardo.
Chiamiamo sostenibile ciò che dipende da filiere estrattive, energetiche e geopolitiche ad alto sfruttamento delle risorse.

Chiamiamo aiuto ciò che mantiene una relazione asimmetrica tra chi dà e chi riceve.
Chiamiamo bene comune ciò che viene deciso dall’alto, senza alcun interesse verso chi ne dovrebbe beneficiare.
Chiamiamo cibo sano ciò che non nutre più, che mantiene il corpo sufficientemente funzionante per continuare a consumare e ad indebolirsi.
Chiamiamo alimentazione un sistema che produce malattia nel lungo periodo, vendendola come normalità quotidiana inevitabile.

Chiamiamo scienza un linguaggio usato come dogma, anziché come metodo.
Chiamiamo cura ciò che spesso è mera gestione dell’urgenza.
Chiamiamo salute l’assenza e la gestione temporanea di sintomi, senza guardare all’equilibrio dell’organismo.
Chiamiamo sistema sanitario un apparato che amministra la malattia mentre la salute resta fuori dal sistema.
Chiamiamo salute pubblica ciò che fatica a includere la complessità del singolo.
Chiamiamo efficienza la riduzione drastica del tempo di ascolto e di condivisione dell’esperienza umana.
Chiamiamo educazione ciò che per lo più è addestramento cieco alla conformità centralizzata.
Chiamiamo merito la capacità di adattarsi a criteri standardizzati e cannibalizzanti.
Chiamiamo conoscenza l’accumulo di nozioni separate dalla propria personale esperienza viva.

Chiamiamo politica l’arte di evitare la prevenzione e rinviare le conseguenze, gestendo il consenso a breve termine e amministrando paure e promesse mentre si finge di governare le cause.
Ma ciò che mi ha sempre fatto sorridere è il tema della filantropia che meriterebbe un’attenzione a parte, povero mondo moderno….
Chiamiamo filantropia ciò che serve a ripulire ed elevare l’immagine di chi ha beneficiato di un sistema, mediante sfruttamento, che continua a produrre disuguaglianza.
Chiamiamo filantropia un’operazione di controllo, ovvero il gesto con cui il potere restituisce una minima parte di ciò che ha sottratto con i suoi potenti mezzi persuasivi.
E continuiamo a chiamare filantropia ciò che permette al potere di esistere ancora indisturbato, mentre distribuisce briciole di pane travestite da pagnotte, tra il consenso ululante delle folle.

Nessuna pena.
Stiamo solo chiamando le cose con nomi che non corrispondono più alla Verità.

E in questo slittamento continuo del linguaggio è naturale perdere di vista un dato semplice e oggettivo: viviamo nell’era della menzogna.
Menzogna come antitesi della Verità.
Menzogna come insieme di tattiche e strategie comunicative per evitare di guardare ciò che c’è oltre il velo costruito per gestire paura, colpa, vergogna, tristezza, delusione, frustrazione, abbandono e rabbia (repressa).
Viviamo in un mondo dalla superficie esteticamente molto bella, in cui tale bellezza è misurata secondo canoni esterni, convenzionali, standardizzati, adattivi, anche quando le manca il suo canone interiore di espressione: la sua essenza.

Questa è la società attuale, caro Babbo Natale.
Affannarsi per cambiarla diventa sterile, perché il sistema si autoalimenta e non ha alcun interesse a dire “no, grazie”.
Pertanto, anche l’accesso agli innumerevoli metodi, tecnologie e discipline della cosiddetta conoscenza ed elevazione di sé non interrompe né scalfisce minimamente questo meccanismo.
Al contrario, lo rafforza esattamente dalla posizione da cui nasce l’esigenza stessa di “crescere”.
E questa diventa una gabbia dorata.
La stagnazione.

Grazie, Babbo Natale, se porterai in dono tante caramelle al gusto di Verità.
E anche un po’ di carbone, possibilmente dolce, per attenuare gli effetti collaterali di un inevitabile meteorismo, che mi viene spontaneo osservando il mondo là fuori.

Buon Natale 2025

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