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La questione del rispetto dei confini tra counseling e psicoterapia viene sollevata ogni volta in cui il terapeuta o il counselor utilizza Logosintesi nelle sessioni o durante i colloqui con i propri clienti. In Italia, la professione del counselor è stata riconosciuta con la Legge n. 04 del 14 gennaio 2013, tale riconoscimento descrive e tratteggia le caratteristiche peculiari del counselor definendolo come il professionista della relazione di aiuto capace di stare accanto alle persone in difficoltà, fornendo loro ascolto, supporto e strumenti per migliorare ed implementare le relazioni con se stesse e con il mondo esterno. La definizione di counselor è la seguente: “professionista che mediante ascolto, sostegno ed orientamento, migliora le relazioni extrapersonali (le relazioni nella coppia, nella famiglia, nei gruppi, nelle formazioni sociali e nelle istituzioni) ed intrapersonali (la relazione dell’individuo con se stesso).” In questa cornice di riferimento è possibile inserire Logosintesi come strumento di supporto per il superamento dei conflitti interiori, per la realizzazione di obiettivi e per lo sviluppo di relazioni sane. Essendo il counseling un’attività più pratica che teorica, ovvero una metodologia di approccio relazionale concernente la natura dei rapporti e delle relazioni umane, avvalersi di strumenti come Logosintesi può favorire più velocemente le transizioni da uno stato emotivo ad un altro, nella totale libertà e capacità ritrovata, della persona, di intraprendere percorsi e di fare le scelte più consone, sicure ed appropriate per se stessa.

Come affermava Martin Buber : “in principio è la relazione”. Il counselor si occupa di relazioni. L’essere umano incontra la relazione quando la dimensione dell’“Io” si fonde con la dimensione del “Tu” generando la dimensione del “Noi”. Questo concetto aderisce perfettamente al primo principio di Logosintesi secondo il quale siamo già originariamente la perfetta relazione con noi stessi finché, nella propria esperienza di vita, non entriamo in contatto con traumi, a vari livelli, atti a congelare parte del nostro potenziale vitale con conseguente offuscamento della visione di noi stessi, degli altri e del mondo. La perdita di consapevolezza dell’Essenza produce un distacco dalla realtà e, in questo contesto, Logosintesi si pone come uno strumento efficace per ripristinare il flusso della relazione verso ed attraverso se stessi. Una relazione sana con se stessi favorisce lo sviluppo di altrettante relazioni sane con le persone e le cose che appartengono all’ambiente circostante. Una non sana relazione con se stessi verrà esperita e riconosciuta attraverso conflitti oppositivi e attacchi perpetrati ai danni della propria struttura emotiva, cognitiva, morale ed etica di riferimento. Anche l’ambiente circostante viene percepito come pericoloso ed ostile quando è in atto una relazione di difesa, di chiusura e di protezione.

Nell’utilizzo di Logosintesi non si fa differenziazione tra il presunto bene ed il presunto male, essendo concetti relativi; rispetto all’intersoggettività di Buber, il concetto è spostato sulla connessione relazionale attraverso l’essenza della persona, la quale riconosce se stessa non soltanto nel soddisfacimento dei bisogni relazionali basati su comprensione, affettività, solidarietà, dialogo, mediazione, incontro, bensì attraverso uno stato di equilibrio emotivo, fisico e mentale, dunque spirituale. In linea con quanto afferma Carl Rogers , il counselor non ha bisogno di manipolare, indirizzare o condurre gli eventi per conto del cliente, il suo compito è piuttosto quello di facilitare un processo decisionale autonomo da parte della persona stessa, in linea con la propria tendenza attualizzante ed auto realizzativa. Nel suo libro “On Becoming a Person”, Rogers afferma che in ogni fase della vita “ci ritroviamo soggetti alle ricompense e alle punizioni dei giudizi altrui”, siamo dunque sottoposti a valutazioni provenienti dall’esterno che ci apparterranno “dall’infanzia alla vecchiaia”. In effetti, con Logosintesi è facilmente esperibile la condizione del “finalizzare e liberare” riportando la persona al centro di se stessa, alla dimensione del Sé originario in un contesto di realtà vissuta per ciò che realmente è, nel momento presente, senza più bisogno di reagire automaticamente in funzione di copioni prestabili e categorizzabili secondo criteri psicologici, personologici o archetipici. Logosintesi lavora nella profondità della singola persona favorendo lo sviluppo sano della relazione con se stessa (e di conseguenza con gli altri, come effetto naturale di tale processo), prima ancora di preoccuparsi di effettuare spostamenti cognitivi od emotivi atti ad impedire “attacchi” da o verso terze persone, o a favorire relazioni in nome di un atteggiamento accettato socialmente che risponda di volta in volta ai requisiti del “meglio”. Le relazioni sane portano intrinsecamente al confronto, al dialogo, all’integrazione, all’ascolto attivo, alla congruenza, alla mediazione, al rispetto dei tempi e degli spazi altrui in totale assenza di giudizio, con la chiarezza di fondo che tali evidenze non sono mezzi da utilizzare, bensì obiettivi da raggiungere. Se una relazione soffre a causa di una determinata problematica, significa che si è in presenza di mondi congelati ai quali, parti dissociate del sé delle persone coinvolte, entrano in risonanza con reazioni poco utili ed incongruenti, dalle quali è altrettanto utile liberarsi dopo averne preso consapevolezza.

Nel counseling tradizionale, talvolta, ci si occupa di costruire un concetto di relazione atta a far sì che, per una sorta di prudenza o di buon senso, la persona si allontani e si protegga dalla causa (presunta) del suo problema, impari a starne alla larga onde evitare che la sua stabilità sia costantemente minata. Nell’approccio al counseling mediante l’utilizzo di Logosintesi, le cose vanno un po’ diversamente: ci si occupa di risolvere interiormente i mondi congelati ai quali la persona reagisce, inconsciamente o consciamente, senza preoccuparsi di dare consigli o suggerire strategie di sopravvivenza, di allontanamento o di avvicinamento, poiché la persona ha in sé innate capacità per trovare, e ritrovare, le risposte ed intraprendere i percorsi, opportunamente seguita dal counselor, più sicuri ed appropriati. Anche qui, un riferimento a Rogers è doveroso riguardo alla sua “considerazione positiva incondizionata”: la guida sarà capace di riconoscere e di credere interiormente che ogni persona sia degna (ovvero un essere umano di pari valore), valida e a posto, al fine di ottenere risultati reali in una condizione di “accettazione non giudicante”. Tale via non potrà mostrarsi se non a seguito di rimozione delle strutture energetiche rigide, tridimensionali bloccate nelle percezioni della persona stessa. La dimensione che attiene al concetto di “sicuro ed appropriato” è svincolata da canoni e da modelli standardizzati, per i motivi appena citati.

Mi rendo conto che quanto presentato suoni come qualcosa di nuovo e di scarsamente attuato nella pratica, pur essendo molto approfondito nella teoria. È un approccio che produce risultati rilevanti nell’ottica di riportare tutte le cose verso la loro naturale connessione ed unione: syn thesis.
Il concetto di energia in flusso soddisfa i requisiti del counseling relazionale favorendo interazioni spontanee e sane tra persone più consapevoli nei riguardi di ciò che sta accadendo e dei motivi per cui può o non può accadere un determinato evento, o una certa dinamica relazionale, o un dato comportamento dettato da uno spostamento egolatrico, piuttosto che da un atteggiamento presente nel qui ed ora. E poiché l’attività svolta dal counselor ha una funzione educativa nei rapporti umani e nel rapporto con se stessi, tutto ciò che rappresenta il contributo umano, empatico, sociale, educativo, affettivo che il professionista mette in campo nella relazione d’aiuto è senz’altro, quantomeno parzialmente, condizionato dal proprio bagaglio di esperienze di vita. In tal senso, Logosintesi si pone come strumento di fluidificazione delle proprie personali problematiche esistenziali e traumatologiche, al fine di trasferire un bagaglio di conoscenza completamente affrancato da convinzioni e punti di vista strettamente personali, rispettabili, ma non per questo da assumere come punti cardine tali da essere trasferiti nella vita del cliente.

La soggettività rappresenta un fattore umano di valutazione che si incontra empaticamente nel confronto con l’altro. L’empatia è quella pratica atta a mostrare “quanto in noi sonnecchia” , come affermava Edith Stein , è un “atto con il quale io faccio esperienza del vissuto d’una coscienza estranea e della sua personalità”. Rogers definiva empatia la capacità di percepire il mondo della persona come se fosse il proprio, senza perdere la qualità del “come se”.Anche in questi asserti non c’è giudizio, non c’è valutazione personale, è il rapporto stretto che esiste tra la dimensione spirituale e il cammino della natura, è la capacità di cogliere il vissuto altrui senza modificarlo, interpretarlo o manipolarlo. Si tratta di creare una bolla comune di comprensione che va oltre la comprensione.
Anche a livello fisico accade lo stesso, Fred Gallo afferma che intorno al corpo umano è presente un sistema energetico sottile, coerente, intenzionale e relazionale. Coerente significa che sta insieme, intenzionale significa che è creato e mira verso l’intenzione creativa poiché tale sistema è connesso con l’essenza vitale, relazionale perché connette e crea relazione con il sistema energetico di altri soggetti e dell’intero universo in cui l’essere umano è inserito e di cui è parte integrante. Il nostro benessere fisico, emozionale, intellettuale e spirituale è determinato dalla presenza o dalla mancanza di flusso in questo campo energetico. Il sé può essere congelato nella rappresentazione di persone, oggetti, eventi e può essere congelato anche nella relazione con essi.

Tutto è relazione o, per meglio dire, tutto è unione e comunione, e tutto parte dal Sé Originario in contatto con l’Essenza. Come ripetuto più volte, ogni interruzione di questo flusso produce sofferenza e il counselor, che utilizza Logosintesi nella relazione di aiuto, è chiamato a rispondere a questa interruzione favorendo e facilitando una transizione da uno stato congelato (del potenziale del cliente), ad uno stato di flusso ovvero di risveglio di quella capacità innata e spontanea di manifestazione e realizzazione dei propri scopi, in ordine al rispetto ecologico dell’essere umano. Come afferma Lammers: “Da un altro punto di vista si potrebbe dire che il momento in cui cominciare ad applicare Logosintesi si colloca nell’equilibrio tra il fare ed il non-fare, tra il voler risolvere il problema e l’accettare il presente esattamente così com’è.”

In Logosintesi l’accesso al problema installato nell’inconscio non può essere esclusivamente mentale: il counselor “sta con il cliente” piuttosto che “pensare al posto del cliente”, poiché esso considera la persona come un adulto e riconosce un’innata capacità di contattare in proprio la soluzione del problema. Non serve che il counselor suggerisca che il cliente abbia bisogno di lui, può semplicemente limitarsi a svolgere il suo lavoro per elevarne la consapevolezza, al fine di instaurare un’alleanza di lavoro finalizzata a svelare e riconoscere ciò che già esiste ed è presente, senza nulla aggiungere.
Nell’utilizzo di Logosintesi durante un colloquio di counseling è sufficiente riconoscere se c’è energia congelata e dove si trova, con lo scopo di individuare e specificare il tipo di blocco. Quindi, strutture congelate possono trovarsi negli attivatori sensoriali (visivo, auditivo, cinestesico, olfattivo) e nelle conseguenti reazioni (sintomi corporei, emozioni, pensieri, comportamento). Il counselor instaura una relazione di lavoro a partire dalla tematica presentata dal cliente e rimane aderente al linguaggio del cliente. In questo tipo di contesto relazionale non è necessario interpretare la possibile causa dei sintomi presentati e nemmeno serve chiedere al cliente di parlare esplicitamente di esperienze vissute, lontane nel tempo (infanzia, ad esempio). Come suggerisce Lammers, una domanda efficace da porre può essere: “Hai sperimentato più volte questa condizione/tematica di cui mi stai parlando?”
Porre maggiore enfasi nel lavoro identificativo e nella dissoluzione delle credenze e delle fantasie, può essere più efficace che concentrarsi sui ricordi dolorosi. Nel lavoro di recupero energetico connesso agli attivatori, è consigliabile iniziare dalle persone che gravitano nella vita attuale del cliente, usando una formulazione delle frasi aventi come oggetto: “Questa rappresentazione di (nome o ruolo della persona) e tutti i suoi significati”. In questo modo il passato sarà neutralizzato o alleggerito senza essere attivato direttamente. Ovviamente, in questo processo di relazione di aiuto, il counselor si prende il tempo necessario per costruire un rapporto di lavoro nel quale il cliente si sente sicuro e protetto anche nel caso in cui dovesse affrontare tematiche particolarmente scottanti o dolorose, rinforzate da materiale arcaico mai elaborato.

Altro fattore fondamentale nella relazione di aiuto è rappresentato dalla posizione empatica della guida: il counselor sta “dietro” al cliente, non lo sovrasta né lo anticipa. Questo garantisce che nessuna esperienza disturbante venga attivata inutilmente o prematuramente, portando così il rapporto di lavoro ad una più solida stabilizzazione. Durante il processo è importante ritornare, in modo lieve e regolare, alla tematica dolorosa presentata dal cliente, anche in vista della successiva sequenza di frasi da suggerire. Le persone, nel tentativo di operare un auto conforto, manifestano spesso teorie o idee per giustificare o spiegare la loro sofferenza, spesso mettendo in campo argomenti acquisiti dalla lettura di libri, oppure ascoltati in televisione o per radio, oppure indotti o suggeriti da altri percorsi di aiuto effettuati in precedenza. In tal caso sarà utile e costruttivo che il counselor cerchi di interpretare tali riferimenti direttamente come attivatori e conseguenti reazioni congelate, piuttosto che incorrere nel rischio di seguire i clienti nei loro percorsi deduttivi, induttivi o psicologici.
In Logosintesi, a differenza di altre discipline e metodi utilizzati nelle relazioni di aiuto, si evita sempre di offrire le frasi per i concetti ed i costrutti psicologici, la parola d’ordine è “Think energy”, ovvero pensare in termini energetici anziché psicologici, razionali, cognitivi, morali, etici o sillogistici. Nonostante le frasi producano buoni effetti anche in tali casi, migliori risultati si otterranno se i loro contenuti saranno relativi a rappresentazioni di esperienze sensoriali. Anche l’utilizzo di metafore, come contenuti ed argomenti per le frasi da suggerire, consente la trasformazione delle tematiche esposte senza l’attivazione diretta di eventi particolarmente inquietanti o dolorosi. Il counselor, lo ripeto ancora, evita sistematicamente di attingere informazioni o deduzioni dalle proprie personali conclusioni ed utilizza quelle provenienti dal materiale offerto dal cliente.

Talvolta possono verificarsi, da parte del counselor, fenomeni di risonanza con la tematica del cliente; in questa cornice è necessario che il professionista abbia effettuato su di sé un buon lavoro di rimozione delle strutture energetiche solide appartenenti agli ambiti principali e più importanti della vita come, ad esempio: la famiglia, il lavoro, la salute, le relazioni affettive, amicali e sentimentali. Una volta intrapreso questo percorso di lavoro, egli stesso sarà in grado di apportare maggiore professionalità all’interno della relazione di aiuto con il cliente, mantenendo un atteggiamento di neutra “passione distaccata”. Lavorare con questo approccio consente alla persona di restare vicina alla realtà della vita quotidiana, consentendogli una successiva e naturale connessione anche dopo l’attivazione spontanea dei ricordi dolorosi e inquietanti. Come suggerisce la regola del buon senso e la normativa di riferimento per la professione del counselor, è sempre consigliabile un rinvio ad uno specialista in psichiatria o in psicoterapia se il cliente manifesta malattie mentali palesi, stati di compromessa stabilità emotiva, disturbi della personalità conclamati e così via.

Concludendo, non è dunque necessario che sia io, nel mio ruolo di counselor, a stabilire cosa è sicuro ed appropriato per la persona che si rivolge a me in preda al disagio esistenziale o a difficoltà di qualsiasi ordine e categoria. Ciò che posso fare, è stare con lei, ascoltarla e facilitare il ritorno ad una dimensione umana e profonda con se stessa. Per il principio naturale che regola ogni funzione vitale dell’uomo e del sistema in cui la persona stessa è inserita, sarà la soluzione ad incontrare l’essenza della persona anche quando le opzioni a disposizione sono scarse od insufficienti e non appare alcuna via d’uscita. Mediante il recupero del proprio potenziale impegnato nella gestione dei mondi congelati, è possibile ritornare a questa condizione di pace e serenità interiore, da cui nascono le relazioni ed i progetti in modo sano e condiviso. Logosintesi favorisce il raggiungimento di tali risultati.

(tratto dal libro “Logosintesi: la nuova frontiera nella relazione di aiuto” di Fabio Pierotti, Essedi, 2014)

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