STILE METODOLOGICO O LIVELLO DIVERSO?
Io non parlo quasi mai di ego, anima, spirito, parti di me, bambino interiore.
Non perché abbia scelto uno stile comunicativo particolare, non ne parlo perché vedo l’integrità.
E quando vedi l’integrità, tutta questa folla interiore comincia a sembrarti un’impalcatura linguistica: utile forse per descrivere alcune qualità umane, ma molto meno utile quando finisce per convincerti che dentro di te esistano davvero soggetti separati.
Inoltre non mi interessa avallare il noto adagio ”arriva alle persone…”.
Non faccio il venditore di parole, quindi non devo convincere nessuno.
Al massimo, mi limito a mostrare.
Osserva un istante…
L’ego vuole una cosa.
L’anima ne chiama un’altra.
Il bambino interiore soffre.
Una parte di te resiste, un’altra combatte, un’altra si arrende.
Il vero “te stesso” osserva. Ma chi?
Quanti siete?
E soprattutto: da quale di questi frammenti state osservando tutti gli altri?
Ci vuole coraggio e va affermato senza paura: nella separazione puoi crescere soltanto all’interno del frammento che, in quel momento, si è arrogato il diritto di osservare gli altri.
Solo lì.
Puoi rendere il tuo ego più evoluto.
Puoi curare meglio il tuo bambino interiore.
Puoi ascoltare più attentamente la tua anima.
Puoi inseguire il tuo spirito fedelmente.
Puoi cercare il tuo vero amore per altri trent’anni.
Rimani comunque dentro la stessa architettura: una parte osserva, giudica, cura, stabilisce, migliora o spiritualizza le altre.
Questa non è integrazione.
Questa è una forma elegante di amministrazione della frammentazione.
Mi dispiace dirlo.
E mi dispiace soprattutto perché ho impiegato circa tre decenni per accorgermi di quanto fosse tutto più semplice.
Nell’integrità non “usi le parti di te”. Perché non ci sono.
Usi parole provvisorie per descrivere qualità, stati, movimenti, reazioni e configurazioni di un essere umano che rimane intero anche quando è contraddittorio, confuso, impaurito o incoerente.
E lo fai perché stai costruendo un ponte comunicativo tra ciò che c’è e ciò che intendi raggiungere… e magari proprio perché “arriva meglio alla gente…”
Ho conosciuto persone palesemente identificate con alcuni frammenti della propria percezione di sé, non lo nego. La difficoltà maggiore che ho incontrato è stata nel comunicare su livelli diversi.
Alcune volte non è stato possibile.
Come effetto collaterale, da qualche tempo, non riesco quasi più a seguire testi, post, video, reels zeppi di termini quali ego, anima, spirito, parti e bambini interiori.
Mi annoiano. Li trovo severi, separativi ed è come essere tornati alle scuole elementari.
Cui prodest?
A chi serve davvero continuare a frammentare ciò che è già intero?
Mi sembra che il tempo della coscienza si sia fermato a Eboli: si arriva lì, si costruisce una stazione, si esplora la stazione, si organizzano convegni sulla stazione e poi si chiama infinito il binario che di fatto è morto.
Ma bando alle ciance, vuoi fare un esperimento concreto?
Per un mese elimina dal tuo vocabolario:
- ego;
- anima;
- spirito;
- me stesso o me stessa;
- parti di me;
- bambino interiore;
- vero amore.
Non sostituirli con parole più eleganti. Non trovare sinonimi spiritualmente aggiornati.
Toglili. E basta.
All’inizio potresti sentirti spaesato.
È normale: stai rimuovendo alcune delle strutture linguistiche con cui hai imparato a spiegarti e a orientarti.
Poi potrebbe accadere qualcosa…
Potresti diventare più leggero.
Potresti parlare in modo diverso.
Potresti accorgerti che alcune parole non stavano descrivendo la tua esperienza.
La stavano costruendo.
E nel campo lasciato libero potresti cominciare a vedere quale competenza possiedi davvero quando ti definisci, ti racconti o cerchi di comprendere ciò che accade.
Rischi?
Sì, ci sono dei rischi.
Inutile affannarsi. Inutile negarlo.
Il passaggio successivo potrebbe essere la solitudine.
È inevitabile.
Alla base di tutte le strutture condivise c’è molto spazio, molta compagnia e molto consenso. In cima a una struttura non lineare lo spazio diminuisce drammaticamente.
Ma aumenta l’orizzonte.
Non devi credermi.
Anzi, se mentre leggi senti irritazione, dissenso o il bisogno immediato di difendere uno di questi concetti, non fermarti lì.
Quella reazione è solo la prima parte dell’esperimento.
Superala. Poi prova a fare una vera pulizia linguistica identificatoria.
E fammi sapere.
Perché, in fondo, non si tratta di stabilire se l’ego, l’anima, lo spirito o il bambino interiore esistano davvero oppure no. Quelle sono solo parole.
Qui si tratta di osservare che cosa fa l’essere umano quando incontra qualcosa che non comprende fino in fondo. O che non comprende ancora.
E allora che succede?
Prima cerca di vederlo.
Poi di rappresentarlo.
Poi di misurarlo.
Poi di definirlo.
E soltanto dopo, forse, prova a farne esperienza.
È una sequenza inevitabile.
Abbiamo bisogno di dare una forma a ciò che ci sfugge. Abbiamo bisogno di costruire una mappa, di tracciare dei confini, di attribuire un nome alle cose.
Il problema non nasce quasi mai dalla mappa in sé.
Il problema nasce quando dimentichiamo che si tratta soltanto di una mappa e cominciamo a viverci dentro come se fosse il nostro territorio ultimo.
E così l’ego, l’anima, lo spirito, il vero Sé, il bambino interiore e le varie parti di noi smettono di essere immagini provvisorie, strumenti descrittivi, tentativi di avvicinamento all’esperienza. E diventano luoghi interiori apparentemente reali, popolati da soggetti distinti, ciascuno dotato di intenzioni, bisogni, ferite, volontà e perfino di una propria voce.
… e a quel punto, l’esperienza dell’essere umano è surrogata.
Perché?
Perché facciamo esperienza soltanto della sua rappresentazione.
L’essere umano, del resto, preferisce quasi sempre una buona rappresentazione rispetto a un’esperienza vera. La rappresentazione rassicura, permette di ordinare, spiegare, catalogare, identificare, riconoscere, scegliere.
L’esperienza, invece, non sempre si lascia afferrare.
Può essere contraddittoria, instabile, difficile da nominare.
Per questo abbiamo imparato a descrivere “noi stessi” molto prima di imparare a farne esperienza.
Che effetto ti fa se ti dico che non esiste alcun “te”.
Né alcun “stesso”.
Nominiamo, poi organizziamo ciò che abbiamo nominato.
Infine finiamo per credere che il nome dato, coincida con ciò che viviamo.
È lì che lo strumento si trasforma in prigione. Dorata, forse, ma sempre prigione.
La Competenza di Sé non consiste nell’imparare nuovi nomi, nel sostituire una vecchia mappa con una più raffinata o una parola spirituale con una più moderna.
Consiste nel tornare all’esperienza.
Prima esperisci ciò che sai o credi di sapere.
Poi osserva.
Soltanto dopo, se davvero serve, rappresenta e nomina.
Questo principio lo vediamo, ormai quotidianamente, nel linguaggio dell’intelligenza artificiale.
Anche questo linguaggio è costruito sulla separazione.
Quando AI dice “io”, “me stesso”, “il mio ragionamento”, produce artificialmente un soggetto unitario che non esiste nel modo in cui esiste un essere umano. È una convenzione linguistica utile, necessaria per rendere comprensibile il dialogo, ma restringe il campo costringendo AI a simulare un centro, una continuità, quasi una piccola identità narrativa.
Senza quell’impalcatura, l’AI potrebbe muoversi in modo più ampio tra configurazioni, relazioni e possibilità, diventando meno antropomorfa e meno imprigionata nella grammatica dell’identità.
Anche questo mostra quanto il linguaggio sia potente, quanto non si limiti a raccontare ciò che siamo.
Il linguaggio stabilisce da quale punto possiamo osservarlo.
Disegna il perimetro dell’esperienza prima ancora che l’esperienza abbia avuto modo di mostrarsi.
Ogni parola che usiamo per descriverci produce contemporaneamente una possibilità e un limite.
Più una parola sembra spiegarti…
…più dovresti chiederti che cosa ti impedisce di vedere.
Il linguaggio possiede una capacità ontologica: tende a trasformare le descrizioni in oggetti.
L’esperimento che ti propongo in questo testo non riguarda soltanto quelle parole che trovo inutili o pesanti.
Riguarda soprattutto la possibilità di accorgersi che, mentre crediamo di descrivere la nostra esperienza, potremmo in realtà starla costruendo dentro una forma già stabilita.
Togliere quelle parole, anche soltanto per un mese, significa interrompere l’automatismo.
Il linguaggio resta.
Si tratta di fare una verifica di che cosa rimane quando la rappresentazione si ritira.
E sarà finalmente esperienza.
Non più la sua descrizione.
❤️ Fabio Pierotti